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brescia, Italy
studentesse problematiche, future paracadutiste, amanti del sabato sera su 2 ruote; frequentanti il terzo anno del LICEO, umanstico di brescia, veronica gambara; il quale è simile al classico, ma senza greco, ma in PIU' c'è francese, scienze sociali, diritto, biologia, fisica e c'è moolta più matematica!! altro che arnaldo light...!! parola di lupetto!! auuuuuuuuuuuuuuuuh!!!

giovedì 24 aprile 2008

EDUCAZIONE ALLA PACE




L'educazione alla pace non si insegna, si fa.
I valori della nonviolenza si acquisiscono con l'educazione in ambienti dove siano effettivamente praticati, così come si imparano certe semplici competenze quali il nuotare o il servirsi di forchetta e coltello.
Dice un vecchio adagio che non si può imparare a nuotare
senza entrare nell'acqua

















DANZA MISTICA
DELLA PACE SULLA TERRA


Un ballo a due,
pieno di brio.
forti spiriti, mai “scorporati”, si ritrovavano per istinto, sivedono diversi e uguali come se volassero in formazione, con quel «bisogno di andare» degli uccelli migratori, diretti dove i loro occhi non vedevano, ma i loro cuori sentivano, e le loro parole ci scaldavano il cuore.
scritto su un foglietto che conservo sotto il vetro della scrivania:
«Ama il tuo sogno, se pur ti tormenta»,
parole di D’Annunzio che faceva sue.
maneggiare la materia, e gli strumenti di lavoro: «pazzo mendicante dal martello in mano».
una lotta antinucleare, per amore del creato.
povertà e smarrimento,
Lascia una parola: «La morte non chiude la storia».
Pace... cercare nella natura, nella storia, nel travaglio quotidiano, nell’anima e nel corpo.
«Cercare è già trovare. L’ignoto vuol lasciarsi scoprire».
A «non permettere che scompaia l’umanità», insieme ai santi ci sono i poeti, gli artisti e i cantastorie, gli innamorati e i sognatori, gli utopisti, i pacificatori, gli oppressi, i non arresi, gli anarchici, gli eretici,
«chiunque è libero e liberante».
Nella ricerca della pace molte sono le vie,
tutte necessarie: psicologica, pedagogica, storica, sociologica, giuridica, politica, etica, religiosa, scientifica, filosofica,e questa: la via di spiriti toccati dal fuoco che non consuma,
di occhi che sorpassano l’orizzonte,
di cuori che amano il mondo,
e hanno la parola spezzata da ciò che ascoltano e tentano di dire.








...PAROLE CHE DANZANO NEL VENTO...





"Una pace iniqua è molto meglio di una guerra equa"
Erasmo da Rotterdam






"Finché il colore della pelle di un uomo non avrà più valore del colore dei suoi occhi...[...] Fino a quel giorno, il sogno di una pace duratura, la cittadinanza del mondo e le regole della morale internazionale resteranno solo una fuggevole illusione, perseguita e mai conseguita. "
Bob Marley





"Per noi i guerrieri non sono quelli che voi intendete. Il guerriero non è chi combatte, perché nessuno ha il diritto di prendersi la vita di un altro. Il guerriero per noi è chi sacrifica se stesso per il bene degli altri. E' suo compito occuparsi degli anziani, degli indifesi, di chi non può provvedere a se stesso e soprattutto dei bambini, il futuro dell'umanità"
Toro Seduto





"La guerra è rumorosa, la pace è silenziosa."
Alessandro Repetto















"Il cervello è come il paracadute: per funzionare bisogna che si apra" Pierre Daninos












"Gli adulti li ho sempre visti così nella mia infanzia, sinceri nell'obbligo quotidiano alla menzogna"
Silvano Agosti




Quando incontrate un viandante non chiedetegli da dove viene. Chiedetegli dove sta andando.
Giovanni XXIII





La pace non e' un sogno puo' diventare realta'... Ma per costruirla bisogna essere capaci di sognare.
Nelson Mandela




Abbiamo dunque preso i nostri libri di storia (umili testi di scuola media, non monografie da specialisti) e siamo riandati a cento anni di storia italiana in cerca d' una "guerra giusta".

D'una guerra cioé che fosse in regola con l'articolo 11 della Costituzione.
Non è colpa nostra se non l'abbiamo trovata.
Don Lorenzo Milani




Non è l'abolizione degli eserciti che farà scomparire la guerra,
così come non è abolendo la polizia che si fa scomparire la criminalità.
Bisogna eliminare la causa della guerra:
gli eserciti sono piuttosto l'effetto, cioé sono il prodotto della paura e dell'istinto combattivo.
E questo è il compito dell'educazione.





domenica 6 aprile 2008

diritto e rituale, Max Gluckman



all'interno delle leggende, dei miti e dei dogmi trovano spazio le risoste ai problemi esistenziali della collettività.


mentre la reale spiegazione teologica a tali domande viene elaborata dai sacerdoti.


si può dunque individuare uno stretto legame tra valori scientifici, razionali e credenze pagane, irrazionali, astratte...


ma nella società tribale gli enigmi dell'universo vengono elaborati all'interno di complessi rituali che caratterizzano le relazioni sociali.


questi implicano la drammatizzazione delle relazioni morali del gruppo e i poteri mistici pervadono l'ordine etico.


ma perchè sono così importanti questi rituali?






essi fan si che emargano le tensioni, gli antagonismi e le dinamiche che caratterizzano il gruppo stesso.


questo elemento positivo non si riscontra nei mutamenti delle relazioni sociali poichè essi sono considerati come minacce dell'ordine naturale espressione di modificazioni nei rapporti interpersonali.


questo perchè il rituale è espressione di qualcosa che è, esiste e quindi assume un significato "salvifico", sacro, è un'espressione di presa di coscienza... mentre i mutamenti fanno paura quindi un rituale riguardante questi sarebbe espressione di disordine e disarmonia.


infine i rituali sono rappresentazioni ridotte dell'universo e le altre tribù si limitano a rappresentare il genere umano e perciò non sono ammesse ai rituali del popolo vicino...

domenica 30 marzo 2008

la polarità religiosa di Robert Hertz


"...caldo e freddo...

...buono e cattivo...

...bello e brutto...

...una cosa esiste perchè esiste il suo contrario..."

opposti...
contrasti...
estremi...
dualismo tra sacro e profano...

si riscontra anche nel nostro corpo...

mano destra, mano sinistra.

nella nostra società...

uomo, donna.


sacro, profano...


anche la struttura sociale presenta un dualismo reversibile che segue una precisa struttura gerarchica, non esistono clan equivalenti ma emergono classi e caste, una al vertice, rappresentante la parte sacra, che si dedica alle attività "superiori"; mentre quella che si trova alla base è quella profana ed è dedita ad attività più vili.

emerge così una polarità sociale che è il riflesso di una polarità religiosa che porta ad una complementarietà di ruoli.

l'universo si suddivide così in due mondi contrari dipendenti l'uno dall'altro per dare origine ad una struttura sociale organizzata.

si ha una suddivisione di ruoli, esseri, cose, elementi che o si respingono o si attraggono.


...


così da una parte abbiamo il polo della forza, del bene, della vita; dall'altra il polo della debolezza, del male, della morte.

da una parte gli dèi, dall'altra i dèmoni...

tutte le opposizioni presenti in natura ,manifestano questo fondamentale dualismo.

la luce e le tenebre.

il giorno e la notte.

l'oriente e il sud da una parte e l'occidente e il nord dall'altra.

traducono in immagini e localizzano nello spazio le due classi opposte di poteri soprannaturali.

giovedì 13 marzo 2008

web 2.0

www.larita.wordpress.com

IL WEB 2.0!!!



Web 2.0 si riferisce alle tecnologie che permettono ai dati di diventare indipendenti dalla persona che li produce o dal sito in cui vengono creati. L'informazione può essere suddivisa in unità che viaggiano liberamente da un sito all'altro, spesso in modi che il produttore non aveva previsto o inteso.
Questo paradigma del Web 2.0 permette agli utenti di prendere informazioni da diversi siti simultaneamente e di distribuirle sui propri siti per nuovi scopi.
Non si tratta di derubare gli altri del loro lavoro per il proprio profitto. Anzi, il Web 2.0 è un prodotto
open-source, che permette di condividere le informazioni sulle quali è stato creato Internet e rende i dati più diffusi. Questo permette nuove opportunità di lavoro e di informazioni che possono essere costruite sopra le informazioni precedenti.
Web 2.0 lascia ai dati una loro identità propria, che può essere cambiata, modificata o remixata da chiunque per uno scopo preciso. Una volta che i dati hanno un'identità, la rete si sposta da un insieme di siti web ad una vera rete di siti in grado di interagire ed elaborare le informazioni collettivamente.












cos'è il web 2.0?


fino a questa mattina nn sapevamo cosa fosse, non sapevamo della sua esistenza...


eppure, scrutando e capendo la sua identità ci siamo accorte che E' GIA' PARTE DI NNNOOOOOOOIIIIIIII!!!


YEAH!!!


così, cm dice il duce Antichi, la nostra vita è più semplice, più facile, migliore...


tutto scorre liscio come l'olio!


grazie di esistere web 2.0!


qualsiasi cosa tu sia!!!


perchè grazie a te possiamo comunicare con taaante persone...nel caso in cui guardare negli occhi il nostro interlocutore, sentire il tono della sua voce, il suo profumo, osservare la sua gestualità, il suo sorriso, le sue espressioni...


non ci piacesse più!


...




ahhhhhhhh queste ragazze poco tecnologiche!!! rovina del futuro!!! eheheh


giovedì 6 marzo 2008

MALINOWSKI


BRONISLAW MALINOWSKI



"L'analisi funzionalistica della cultura ha come obiettivo la spiegazione dei fatti antropologici, a ogni livello di sviluppo, mediante la loro funzione, mediante la parte che essi svolgono all'interno del sistema culturale complessivo, mediante la modalità secondo cui essi sono connessi l'un l'altro nel sistema e mediante il modo in cui il sistema stesso è connesso all'ambiente fisico"





Nei primi decenni del Novecento, dopo un periodo di incertezza teorica, l'attività etnografica era condotta principalmente da antropologi di formazione britannica.

Alcuni di questi non erano di nazionalità inglese, tuttavia nelle università inglesi avevano ricevuto una solida formazione teorica e avevano trovato il clima più adatto per intraprendere le loro ricerche sul campo.

Tra costoro il più celebre fu senza dubbio Bronislaw Malinowski.

Allievo di C. G. Seligman, Bronislaw Malinowski (1884 - 1942), d'origine polacca, ebbe una influenza grandissima sulle generazioni successive, tanto che il suo stile di fare etnografia (la cosiddetta "osservazione partecipante") divenne presto un modello e Malinowski stesso fu a lungo considerato l'Antropologo per eccellenza, colui che attraverso la pratica di una ricerca intensiva sul campo era in grado di cogliere dall'interno la vita delle popolazioni studiate.

Dal 1921 al 1934 Malinowski insegnò alla London School of Economics; dal 1938 fino alla morte fu professore alla Yale University.

Uno dei suoi maestri, Marett, considerava Malinowski "un uomo capace di farsi strada nel cuore del più diffidente selvaggio".

Firth, che fu suo allievo, lo riteneva in grado "di raggiungere una eccezionale identificazione con la gente da lui studiata".

Di fatto, se l'antropologia è uscita da un ristretto ambito di specialisti si deve anche all'investimento d'immaginazione nei confronti di quest'uomo dalla raffinata cultura mitteleuropea che partì per studiare gli abitanti di isole lontane.

Malinowski rappresentò per molti un'alternativa possibile al vissuto quotidiano: rappresentò l'uomo avventuroso che, sciolti i legami col proprio gruppo, si lasciava dietro le spalle le convenzioni sociali, compiendo una vera e propria fuga dalla civiltà.

A mettere in discussione il mito Malinowski fu lo stesso antropologo polacco, e, meglio, la pubblicazione postuma (1967, a venticinque anni dalla morte) dei suoi diari sul campo.

Ne uscì un'immagine di Malinowski assai diversa rispetto a quella affermata di uomo controllato in grado di adattarsi a qualsiasi estraneità culturale.

L'antropologo dei "diari" era un uomo spesso "a disagio", di volta in volta duro, compassionevole, intollerante e volgare nei confronti dei nativi; un'immagine che fece scalpore nel mondo dell'antropologia e ne ridimensionò moltissimo il mito.

Alla luce dei suoi diari, Clifford Geertz scrisse che Malinowki passò gran parte del suo tempo sul campo desiderando di essere altrove.

Anche le sue teorie furono accusate di eccessive semplificazioni.

Se Malinowski influenzò senza dubbio l'antropologia americana comportamentistico-empirista, dura resta, invece, l'opinione dell'inglese Evans-Pritchard, che gli riconosceva indubbie capacità sul campo ma trovava che i suoi libri fossero "una caterva di chiacchiere e di banalità".

Ciò nonostante è opinione oggi diffusa riconoscere a Malinowski un contributo decisivo alla definizione dei caratteri dell'antropologia moderna.

Il "funzionalismo", l'indirizzo antropologico di cui è l'esponente di maggior spicco, rappresenta un evidente salto di qualità rispetto all'evoluzionismo britannico di tipo Frazeriano.

La svolta è evidente proprio sul piano della teoria.

Uno dei principi-guida che informava l'opera di Frazer era l'ordine di successione secondo il quale nel processo evolutivo dell'umanità facevano la loro comparsa dapprima la magia, poi la religione ed infine la scienza, quest'ultima assente nella fase primitiva, posta sotto il segno del magico.

La formazione del pensiero scientifico si situava per Frazer al culmine del processo evolutivo.

Per Malinowski, invece, magia, religione e scienza erano da sempre coesistenti, distinte ma unite da reti di relazioni reciproche.

La conoscenza scientifica, inoltre, era la spina dorsale della cultura, da sempre, ed era da estendere con pieno diritto anche all'uomo primitivo, di cui era guida determinante nel suo rapporto con l'ambiente.

Nonostante abbia più volte professato profonda ammirazione per Frazer, con le sue teorie Malinowski metteva in discussione l'intero edificio evoluzionistico.

Per Malinowski la produzione di cultura trae impulso dall'esigenza di soddisfare i bisogni umani, a cominciare da quelli considerati primari e comuni anche agli altri animali (il bisogno di nutrirsi, procreare, proteggersi).

Lo specifico dell'uomo consiste nella sua peculiare prerogativa di rispondere in maniera "indiretta" agli imperativi vitali.

Ad esempio, il bisogno di nutrirsi non si risolve per l'uomo nel semplice atto di consumare da solo i frutti che crescono spontaneamente nella foresta; al contrario, in tutte le fasi del processo della nutrizione (dalla ricerca del cibo alla sua preparazione, dalla cottura all'ingerimento) vigono precise regole umane.

Inoltre gli alimenti sono ottenuti attraverso procedimenti praticati collettivamente, in cui fondamentale è l'uso di un apparato prodotto artificialmente (armi, attrezzi agricoli, arnesi della tecnica) così come determinanti sono la cooperazione organizzata e i valori economici e morali.

La risposta "indiretta" è dunque un modo culturale di soddisfare le esigenze d'ordine naturale. Ma questo soddisfacimento culturale dei bisogni fondamentali comporta per Malinowski l'insorgenza di nuovi bisogni di ordine culturale.

Malinowski distingue allora tra imperativi fondamentali, concernenti i bisogni biologici dell'uomo, e gli imperativi del sistema o "derivati" (ma non nel senso di secondaria importanza), corrispondenti alle regole cui gli uomini devono sottostare per vedere adeguatamente soddisfatti i loro bisogni.

Vi è poi una terza categoria di imperativi che Malinowski chiamò "integrativi", tra cui l'antropologo polacco annovera la conoscenza, la magia e la religione.

La religione ha una funzione positiva autonoma, quella di rispondere al bisogno umano di fronteggiare le situazioni di crisi sparse lungo l'arco dell'esistenza individuale e collettiva.

Tra le crisi la più inquietante è quella connessa alla morte, l'evento che sconvolge calcoli e progetti umani.

La religione interviene con varie modalità, che vanno dall'affermazione della non realtà della morte all'elaborazione di teorie come quella dell'immortalità dell'anima umana.

In ogni caso la religione interviene sulle situazioni di crisi al fine di modificarle secondo paradigmi sociali sanciti dalla tradizione (un tema successivamente ripreso ed rielaborato da Ernesto De Martino).

La religione manipola gli accadimenti critici assumendoli, in modo da eliminare i fattori di squilibrio e di disintegrazione, operando a favore della coesione sociale.

Anche la magia ha una sua funzione. Malinowski rifiuta la teoria di Frazer secondo la quale la magia era una forma primitiva e distorta di conoscenza scientifica, una pseudo-scienza. Per Malinowski il ricorso al magico è funzionale a far fronte a quei rischi che dipendono da fattori derivanti dal caso (e sono perciò imprevedibili) rispetto ai quali il peso della scienza è irrilevante. Il sapere scientifico e la tradizione magica sono per Malinowski strumenti per sottoporre a controllo umano la realtà esterna nella totalità dei suoi aspetti.

Il senso ultimo della magia è quello di far sì che l'uomo non desista dall'operare, offrendogli una via d'uscita là dove si profila il rischio dell'impasse.

L'approccio etnografico di Malinowski, venato dal sospetto che le interpretazioni dell'antropologo siano continuamente influenzate dalle interpretazioni degli informatori, è una teoria che, come egli stesso ebbe a scrivere, "nata sul campo, conduce ancora nuovamente sul campo".

I suoi libri più famosi e importanti sono quelli in cui l'antropologo polacco ha organizzato e interpretato i dati raccolti sul "terreno".

Tra il 1915 e il 1918 Malinowski aveva consacrato grande parte delle proprie ricerche all'universo socio-culturale degli abitanti delle isole Trobriand, arcipelago a nord est della Nuova Guinea, dove aveva raccolto la gran parte del materiale etnografico che sta alla base delle sue pubblicazioni. Argonauts of the Western Pacific (Argonauti del Pacifico Occidentale), uscirà nel 1922; The sexual Life of Savages in North-western Melanesia (La vita sessuale dei selvaggi della Melanesia Nord-occidentale), nel 1929.

I due libri non costituiscono dei saggi sulla cultura nelle isole Trobriand considerata nella sua totalità ma partono da un aspetto della vita di esse per poi aprirsi agli altri.

L'oggetto di Argonauti nel Pacifico Occidentale era costituito da una forma di scambio, il kula, praticata da comunità stanziate su una trentina di isole disposte su un cerchio compreso in un'area geografica precisa.

Tra le isole abitate dai gruppi partecipanti allo scambio circolavano due tipi di oggetti: collane di conchiglie rosse e braccialetti di conchiglie bianche.

Le prime circolavano solo in senso orario, i secondi solo in senso contrario. Ne seguiva che gli oggetti appartenenti ad una categoria potevano essere scambiati solo con oggetti dell'altra categoria.

Gli oggetti circolavano in continuazione, restando nelle mani del loro possessore solo per un periodo limitato di tempo.

Gli oggetti venivano barattati nel corso di visite che gli abitanti delle isole si scambiavano periodicamente. Sia i preparativi per la partenza che le trattative e gli scambi avvenivano secondo rituali precisi.

Durante le visite, gli scambi di tipo kula erano accompagnati da un commercio di tipo profano mediante il quale venivano scambiati oggetti in possesso di un valore d'uso.

L'analisi condotta da Malinowski fece emergere l'esistenza di una rete di rapporti tra individui, clan e tribù fondati su ciò che da allora in poi sarebbe entrato a far parte del repertorio concettuale dell'antropologia col nome di "principio di reciprocità".

Tutte le operazioni connesse alle spedizioni kula si presentavano infatti come regolate da una logica sociale che nei suoi effetti tendeva a promuovere la solidarietà sociale.

Più in generale, per Malinowski il principio di reciprocità costituiva la base delle relazioni sociali e del diritto vigente presso le società primitive.

L'utilizzazione del principio di reciprocità come principio esplicativo della dinamica sociale primitiva migrerà nella teoria del dono di Marcel Mauss e da questi, in seguito, nell'antropologia strutturale di Claude Lévi-Strauss.

Ne La vita sessuale dei selvaggi della Melanesia Nord-occidentale Malinowski prende invece in considerazione un altro aspetto della cultura delle isole Trobriand.

L'ideologia religiosa trobriandese induceva a considerare ogni nuovo nato come la reincarnazione dello spirito di un parente materno deceduto: in questa cornice la nascita di un individuo acquistava un valore preciso.

Quando un uomo moriva, il suo spirito (baloma) lasciava il corpo e si trasferiva nell'Isola dei Morti, dove conduceva un tipo di esistenza simile a quella dei vivi, invecchiando e ringiovanendo periodicamente.

Quando era stanco di ringiovanire, il baloma si trasformava in un embrione umano e, via mare, tornava nel mondo dei vivi per iniziare una nuova esistenza.

L'embrione, di solito grazie alla mediazione di un altro spirito imparentato con la futura madre, veniva poggiato sulla testa di una donna appartenente alla stessa linea di discendenza della persona morta, e da qui penetrava nel ventre. La donna restava incinta e la sua prole assicurava la continuità del gruppo sociale materno.

La caratteristica più sorprendente di questo edificio culturale consiste nella negazione della paternità fisiologica.

Nella società trobriandese matrilineare il rapporto tra padre e figlio era decretato dalla legge come un rapporto tra estranei e tutti gli obblighi familiari erano assicurati dalla successione materna.

I figli dunque appartenevano al clan della madre, che aveva nel proprio fratello maggiore (e non nel marito) un capo e un protettore (ruoli che il marito rivestiva nei confronti della propria sorella e dei figli di quest'ultima).

Non sarebbe convincente attribuire questo tipo di sistemazione di un aspetto così importante della realtà all'ignoranza dei Trobriandesi circa il rapporto causa/effetto tra accoppiamento sessuale e gravidanza.

Più che una semplice ignoranza della paternità fisiologica appare un voluto disconoscimento di quest'ultima.

Per i Trobriandesi l'accoppiamento sessuale uomo/donna era senza dubbio necessario, ma al solo fine di produrre l'apertura della vagina, mentre il potere generativo dello sperma veniva negato. Prima del matrimonio la donna trobriandese viveva una fase dell'esistenza caratterizzata da ampia libertà sessuale; fase che non poteva estendersi oltre un certo limite, altrimenti la donna sarebbe incorsa nel disprezzo sociale.

La funzione del marito era quindi quella di disciplinare la vita sessuale della moglie e, al tempo stesso, di farne valere i diritti; il marito era anche colui che assisteva la moglie durante il parto e che aveva cura dei bambini dalla nascita fino al momento in cui questi, divenuti adolescenti, sarebbero stati sottoposti all'autorità dello zio materno.

Quest'ultimo, tuttavia, non recitava soltanto un ruolo "positivo" ma anche un ruolo "negativo", sanzionato da un tabù che gli impediva in modo assoluto di pensare a qualche cosa che fosse in rapporto con il sesso della sorella.

Era proprio in relazione a questa sfera che si rendeva ancor più necessaria la figura del marito.

Il sistema socio-culturale trobriandese fornisce un esempio di ciò che Malinowski intende quando parla di modo culturale "indiretto" di soddisfare i bisogni biologici, quale il bisogno di continuità della specie.

Un modo culturale che reinterpreta gli impulsi fisiologici in termini di regole sociali, avallate dalla tradizione.

domenica 24 febbraio 2008

riti di passaggio



RITI DI PASSAGGIO




Un viaggio negli inevitabili cambiamenti della vita: riconoscere e accettare questi momenti vuol dire predisporsi a vivere la propria esistenza creativamente, in connessione profonda con se stessi, gli altri e con l'eternità.
La nostra vita è all'insegna del cambiamento.Il cambiamento è parte dei cicli naturali di cui facciamo parte.Esistono momenti precisi in cui ognuno di noi sperimenta delle trasformazioni fisiche e della coscienza.Questi momenti li chiamiamo Riti di Passaggio.
La nascita, la pubertà, la scoperta della sessualità, l'ingresso nel mondo degli adulti, la mezza età, la meno pausa per le donne, l'anzianità e la morte sono alcuni dei 12 passaggi che ognuno di noi è chiamato ad attraversare ed onorare.
Sfortunatamente la nostra cultura ha rimosso la celebrazione di queste fasi della vita trasformando le opportunità di espressione del nostro potere creativo in quelle che noi definiamo come "crisi".
Il cambiamento e tutto quello che lo riguarda ci spaventa semplicemente perché non ne conosciamo le dinamiche e la struttura.Il nostro percorso nella vita assomiglia molto ad un viaggio lungo un cerchio sulla cui circonferenza incontriamo le nostri fasi di crescita e trasformazione.A volte queste fasi di cambiamento sono accompagnate da confusione e incertezza poiché non è ancora chiaro che cosa la vita ha preparato per noi. Durante queste transizioni abbiamo però l'opportunità di ridefinire chi siamo, quello che vogliamo e i nostri valori per creare la vita esattamente per come la vogliamo.
Accettare il cambiamento, i nostri riti di passaggio, significa quindi entrare in connessione profonda con la nostra natura e le nostre origini.

Nelle culture precedenti alla nostra erano gli sciamani e le sacerdotesse ad accompagnarci verso la nostra nuova comprensione e potere interiore. Oggi la nostra cultura non onora la nostra crescita e, di conseguenza, non predispone delle guide che ci siano di supporto. Il risultato è sotto i nostri occhi.
La possibilità di accettare i nostri riti di passaggio come opportunità per la nostra evoluzione e crescita non solo fisica ma anche metafisica ci permette di accettare la nostra eternità poiché il nostro viaggio non ha né inizio né fine, esattamente come un cerchio che si evolve in strutture consecutive e concatenate che danno vita alla spirale della nostra eternità.
Accettare il continuo cambiamento (nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma) e i nostri riti di passaggio ci permette di far pace con le nostre paure fondamentali: quella di vivere e quella di morire.Grazie alla comprensione dei nostri riti di passaggio realizziamo che molti dei nostri problemi che consideriamo "speciali" in realtà sono quelli che, in una maniera o in un altra, vive anche il resto dell'umanità.
Accettare significa permettersi le emozioni, permettersi la condivisione e concedersi di cambiare ridiscutendo chi siamo ed i valori che abbiamo. Quando ci permettiamo di riconoscere i nostri schemi limitanti, i nostri valori ereditati e i comportamenti autosabotanti.

L'insegnamento dei riti di passaggio è proprio questo: farci riconoscere chi siamo stati e in ragione di cosa per darci l'opportunità di scegliere di nuovo cosa vogliamo essere.
Accettare il cambiamento significa riconoscere che abbiamo il diritto di cambiare idea e di scegliere che vita vogliamo e come desideriamo condurla. Il potere che abbiamo è quello di impugnare questa scelta nonostante le nostre paure, resistenze ed incognite.


E' un'avventura.

lunedì 11 febbraio 2008

la maschera

LA TRADIZIONE DELLA MASCHERA TEATRALE...

...& NON







Sulla mia parete è appesa una xilografia giapponese

La maschera di un demone cattivo, dipinta con la lacca d'oro.


Pieno di compassione vedo


le gonfiate vene frontali, segno di


quanto è faticoso essere cattivo.


di Bertold Brecht


Tutto cominciò con il desiderio di trasformazione e metamorfosi dei popoli antichi. Per nascondere l’identità umana e renderla irriconoscibile, per liberarsi della presenza fisica e corporea e mettersi così in grado di comunicare con potenze sconosciute e trascendenti, i popoli antichi sentivano di dover cancellare il proprio aspetto tramite l’uso del travestimento e della maschera.


Poiché si pensava che lo spirito risiedesse nel volto, i popoli primitivi si mettevano un volto artificiale e con esso accoglievano un altro spirito.


L’ispirazione iniziale fu data dal mondo animale e queste figure nella storia non persero mai il loro potere evocativo, spesso nelle tribù erano indossate dal sacerdote-sciamano ed erano un importantissimo ingrediente dell’ esorcismo rituale.


Le maschere animalesche ebbero anche un ruolo primario nelle feste in onore di Dioniso, da cui emerse poi tutto il teatro greco.


La danza, presso questi popoli, raramente si faceva senza la maschera: accanto alla manifestazione libera del ritmo della natura, in cui consisteva la danza vera e propria, si cercava di dare forma con la maschera a visualizzazioni ed intuizioni misteriose, di tendere oltre la quotidianeità verso qualcosa di oscuro e ignoto che si avvertiva solo vagamente.


Poteri mistici e magici possedevano coloro che costruivano maschere, spesso si diceva che fossero ispirati dal demonio.


Commenta il Sorell: “la maschera è la più perfetta visualizzazione della nostra duplice esistenza, del giorno e della notte, della veglia e del sonno, della vita e della morte, il volto vivo e il volto rigido.


L’aspetto sostanzialmente immobile e immutabile della maschera – il volto che vive senza vivere- indica che una delle sue connotazioni più forti e originali è sempre stata la morte.” La morte e il diavolo erano mascherati allegoricamente.


E in tutti i banchetti, in tutti i trionfi , in tutte le grandi festività di massa non mancavano queste figure.


Molto più tardi si aggiunse l’elemento del gioco, in cui cade la distinzione tra il credere e il far credere.


Diventò di moda per le strade, nelle sale da ballo, in ogni festa fino alla fine della Commedia dell’arte con le sue maschere dei tipi fissi, ognuno perfettamente riconoscibile. Se si voleva essere in incognito si indossava una maschera: Romeo potè entrare in casa Capuleti e danzare con Giulietta e Tebaldo non poteva sfidarlo finchè restava mascherato. Solo nel ‘700 con Goldoni abbiamo la difesa delle “commedie senza più maschera, naturali ed efficaci….oggi si vuole che l’attore abbia dell’anima….bisogna sostituire le farse con delle commedie”.


Nel ‘900, con il cubismo e le maschere del Congo di Picasso, Hugo Ball e il dadaismo, la danza espressionista di Mary Wigman ecc, si ha un ritorno dell’importanza della maschera, soprattutto in ambito figurativo, che alcuni vedono connesso alle catastrofi sconvolgenti di questo secolo e al senso di morte che le due guerre avevano disseminato nuovamente negli animi e nella cultura.


Ma il latino ce lo insegna: persona infatti voleva dire maschera.


Pirandello parte da qui per sostenere una verità ormai accettata da tutti cioè che ognuno di noi si serve di varie maschere per interagire con se stesso e con gli altri, secondo le situazioni.


E quando la maschera che ci siamo costruiti o che ci hanno cucito addosso esplode, non ci resta altro che confrontarsi con la follia.


Tutto questo ha presente “L’ombra di Peter” quando in OUTSIDERS TRACKS viene ripreso l’uso della maschera, intesa nella sua funzione primigenia di inganno demoniaco e simbolo di ipocrisia (dobbiamo dire che i primi attori greci erano chiamati hypocrités).


C’è stato un percorso infatti che ha coinvolto tutta la compagnia sia come attori e regista sia come persone, in cui abbiamo posato l’attenzione sull’ipocrisia del recitare in teatro come nella vita, sui pericoli della falsità e dell'’autoinganno, sulla vigliaccheria del tradimento, sulla crisi di spersonalizzazione cui va incontro l’attore che si immedesima in molti personaggi e infine sulla ricerca da parte di ognuno della sua propria identità come singolo e all’interno del gruppo.


Questa è una tematica viva su cui, più o meno consapevolmente, lavora con passione e volontà di migliorarsi “L’ombra di Peter”.


Ogni attore nelle scene iniziali di OUTSIDERS TRACKS ha già un trucco facciale che costituisce una maschera anch’esso, che va a sommarsi con le maschere bianche vere e proprie indossate verso la fine della performance, in una sovrapposizione di trasfigurazioni che crea un effetto tipo scatole cinesi. Il trucco si sfalda e si scioglie alla Dalì; dietro ogni maschera ce n’è un’altra e un’altra ancora fino ad arrivare forse al niente.


Le maschere vengono prima indossate di fronte al pubblico, che per antonomasia è colui che giudica il lavoro dell’attore, che, non scordiamocelo, per quanto sia naturalistica e autentica la sua performance, è sempre in teatro che sta recitando.


Questa linea di volti-non volti, tutti identici tra loro, che unificano i personaggi in una sola identità, ha più connotazioni. E’ una provocazione contro il pericolo della standardizzazione e della forzata appartenenza al gruppo che appiattisce le esistenze individuali in favore di una personalità di massa, ma è anche il momento comune di uguaglianza e di livellamento (non si scordi che “la grande livellatrice” è la morte). Tante statue di fronte alla platea la osservano, per poi iniziare a scambiarsi queste maschere e con esse le proprie identità, in un gioco di invidie e curiosità, cercando quella che più si confà alla persona, osservandole e toccandole attentamente.


Con la maschera si va tra il pubblico, per poi toglierla e indossarla sulla nuca a creare così una doppia identità, un Giano bifronte che continua ad aggirarsi tra la gente sempre più velocemente fino all'’uccisione dell'’unico senza maschera, il vero uomo o l'’unica divinità.


Ipocrisia?


Falsità?


Tradimento?


Queste le tematiche affrontate.


I rimandi più o meno simbolici sono molti e complessi e viene lasciato spazio per la libertà interpretativa di ciascun spettatore, che viene così chiamato in causa.


La parte più interessante rimane comunque il lavoro degli attori e del regista, con esiti spesso diversi per ognuno: chi cerca di trovare la sua maschera, quella che gli appartiene e lo caratterizza, chi cerca di togliersela per sempre, e rimanere nudo di fronte alla sua pazzia.


Ognuno ci riesce a suo modo: per questo OUTSIDERS TRACKS è insieme un punto d’arrivo e un punto di partenza.


Rimane l’immagine iniziale: sei maschere bianche appese ad un filo sottile e da questo unite, che guardano verso il pubblico e aspettano coloro che le indosseranno.


Vive anch’esse, nel silenzio del palco vuoto.


Nucleare: grande risorsa che porta il mondo moderno, della tecnologia e dei consumi, al progresso; oppure inutile spesa, che comporta tagli a campi fondamentali per un reale sviluppo (come la scuola) oltre che un grave danno sull'impatto ambientale?